Porti, ponti, chiese e monasteri nell’antico agro-pestano

Prefazione

Questo articolo, o studio che dir si voglia, va ad inserirsi in un contesto molto più ampio che oltre al recupero della memoria storica – fattore determinante per l’identità di una comunità – intende mirare anche al recupero, alla valorizzazione e magari al riutilizzo per scopi artistico-culturali di quella che è probabilmente la struttura più antica sul territorio battipagliese: il monastero di S. Mattia in località S. Mattia di Battipaglia, di cui ho già parlato in un precedente scritto su questo blog e la cui storia viene ampliata nella parte finale di questo articolo.
Le ricerche sulla vicenda di certo non si fermano qui, ed anzi, vi rimandiamo ad altri scritti e probabilmente a pubbliche iniziative, con la speranza che chi di dovere – in particolare soprintendenza, amministratori, organizzazioni ed enti – si interessi alla vicenda.

Una vasta e fertile pianura

cartamaginiderossi-300x300 E’ indubbio che l’elemento principale che ha favorito gli insediamenti abitativi e lo sviluppo economico e commerciale dell’agro pestano sin dall’antichità, sia stata la sua particolare conformazione orografica : una vasta e fertile pianura che si estendeva dalle propaggini montuose della costa salernitana con alle spalle la linea aspra delle catene preappenniniche, solcata da fiumi e torrenti anche impetuosi, degradanti su una costa sabbiosa che da Salerno si spingeva fino alla insenatura del promontorio agropolese, condizioni ambientali che favorirono lo sviluppo di una economia sia marittima che lacustre e fluviale. Ma proprio questa orografia ne ha rappresentato, in alcuni casi ed epoche storiche diverse, anche motivo di lunghi periodi di abbandono e di degrado per fenomeni alluvionali e conseguente formarsi di ampie zone paludose. Una economia marittima e fluviale che ruotava naturalmente legata alle opportunità di potervi insediare strutture portuali e, per le grandi o piccole vie di collegamento a terra, di valicare il corso dei fiumi con la possibile realizzazione di ponti stabili.
Considerando buona la data di fondazione o – forse più esattamente – di occupazione da parte dei sibariti della città di Paestum, attorno al 600 a.c., nei secoli successivi e fino al periodo romano, si è sempre ipotizzata l’esistenza di un porto della città, e l’ipotesi prevalente è quella che lo colloca come esistente alla foce del Sele o nei suoi immediati pressi.

Il porto pestano

Come detto, l’esistenza alla foce del Sele è stata sempre ipotizzata ma mai dimostrata. Molto più probabile che comunque questo Porto Pestano possa essere identificato con quello localizzato all’altezza della Torre pestana. Luogo dove infatti dal Bamonte viene riportata l’esistenza di «vestigi di fabbrica (sicuramente avanzi di porto)» della lunghezza di circa tre quarti di miglia, fino all’altezza del luogo detto la Punta[1], a breve distanza dalla spiaggia e a poca profondità nel mare, lasciando ipotizzare quindi una struttura portuale abbastanza consistente ed importante. Anche La Greca conferma l’esistenza di una struttura portuale alla foce del Salso[2].

TorrePestoRid
Torre Pestana

Il portus Alburnus

In quanto all’esistenza di un ulteriore porto fluviale anche questa è stata dai più, accertata. Infatti il Bamonte [3], nella sua descrizione delle antichità pestane, parla specificamente di un Porto Alburno e, facendo riferimento a Lucilio, lo localizza a 4 miglia dalla città, lungo l’antica foce del Sele. Se sia stata questa l’effettiva localizzazione di una struttura portuale foceale, a discreta distanza da Paestum, lo era probabilmente perché serviva non solo quella città ma anche altre zone e popolazioni più o meno limitrofe.
Secondo La Greca invece, il Portus Alburnus – la cui esistenza appare confermata anche da scritture più antiche – si sarebbe trovato invece a monte, lungo il corso del fiume, a circa 21 km dalla foce, presso il ponte della via Regio-Capuam (via Popilia)[4] ,

Via_Popilia2
L’antica Via Popilia

probabilmente corrispondente all’attuale ponte sul Sele della SS n. 19[5].

Il porto emporio: il Mercatellum

Agli albori del secondo millennio il Sele, all’epoca ampiamente navigabile, permetteva l’attracco a numerosi pontili, indicati dalle vecchie carte come porti ed essendo le attività di lavoro e di spostamento essenzialmente legate al fiume, appare logico come i primi insediamenti abitativi si collocassero in prossimità delle sue sponde all’uopo attrezzate. Il villaggio di S. Vito ad esempio è stato infatti localizzato a poche decine di metri dall’ansa del fiume a nord di ponte Barizzo. Il Peduto[6] riporta la notizia, anno 1306, di un Casale San Nicola ad Mercatellum, cui era adiacente un porto fluviale molto attivo per il commercio. Il casale suddetto doveva appunto essere all’altezza dell’attuale ponte Barizzo, dove in un campo sono stati segnalati ruderi attribuiti alla chiesa di S. Nicola.
Sempre relativamente al Mercatellum, La Greca localizza invece questa struttura portuale presso le chiese di S. Maria e di S. Nicola, anno 1020, e “.. con uno scenario naturale in cui non è facile districarsi, che evidenzia boschi, paludi, rami diversi del Sele, con una foce a delta e un lago chiamato Paolino[7] . Qui, presso il porto, prospera il piccolo centro di Mercatellum; altri porti si trovano all’interno del fiume, che è navigabile fin sotto gli Alburni..” , concludendo che nel Mercatellum dovrebbe riconoscersi il vero porto fluviale di Poseidonia-Paestum[8].
Indelli [9]poi, afferma che già alcuni decenni prima, in epoca del principato arechiano (Arechi II, 758-787), risalendo la foce del Sele, presso l’antico ponte della via Popilia, sorgeva un importante emporio detto Mercatellum , posto al centro di un intenso scambio di merci tra il Sannio, la Lucania, Puglia e Calabria. La navigazione commerciale era un’importante fonte di entrate per il sistema di potere longobardo, che infatti prevedeva una rigida disciplina nell’utilizzo della navigazione commerciale attraverso appositi funzionari (portolani) incaricati di riscuotere i pedaggi.
E’ probabile quindi che siano esistite due strutture diverse ma identicamente legate ad attività commerciali e di scambio, l’una all’altezza dell’attuale località ponte Barizzo e l’altra all’altezza del ponte più a nord sul fiume Calore in prossimità di Castelluccia (Castelcivita ndr.), dove sempre dal Bamonte viene riportata l’esistenza di uno stupendo ponte ad arco, alla cui base vi era una lapide con iscrizione in lettere greche [10], quindi altro rispetto a quello della Via Popilia situato più a nord. Questo ponte originario è stato danneggiato nella II Guerra mondiale e ricostruito nel dopoguerra, quindi non si può propriamente parlare di un ponte della via Popilia[11] , ma invece insistente su di un ramo secondario di collegamento a questa importante via. Attualmente è denominato Ponte Pestano, la cui costruzione è databile al 71 a.C. in epoca romana, ma la tradizione popolare lo identifica con l’appellativo di Ponte di Spartaco, in ossequio alla leggenda che vuole sia stato attraversato dal ribelle Spartaco e dai suoi seguaci in ritirata verso gli Alburni, dopo la sconfitta riportata ad opera dell’esercito romano nella vicina località Portella di Roccadaspide.

Il porto dell’Agro grande o dell’Aversana

Il Porto lacustre dell’Aversana: è nell’agosto del 2006 che in agro “aversano”, in seguito a lavori di scavo per normale assestamento agricolo, viene alla luce un acciottolato di pietre a mo’ di approdo degradante e protetto lateralmente da due grosse mura. Furono reperiti anche due grossi pali infissi al limite delle due mura laterali, con fori passanti che chiaramente dimostravano il loro utilizzo per attracco di natanti. Si trattava evidentemente di una struttura “portuale” anche se piccola, all’interno di quello che una volta – almeno fino al 1850- era il Lago Grande o dell’Aversana. Con molta probabilità, viste le dimensioni e la conformazione della struttura, si trattava di uno scalo di alaggio, che consentiva cioè di tirare a secco un natante mediante robuste funi dette alzaie, allo scopo di rendere possibili le operazioni di manutenzione alle carene, operazione cui erano materialmente preposti gli addetti al tiro delle funi (alzaie) magari con il sostegno di animali da tiro o traino. L’esistenza del Lago Grande è documentata sin dal 1073, ed è’ anche certo che il Lago venisse utilizzato come via d’acqua mediante canali di raccordo, rendendo possibile un collegamento rapido tra il Tusciano e il Sele, attraverso l’uso di scafe e imbarcazioni traghettanti. Così come appare certo che il Lago, avendo acque salmastre, avesse apertura verso il mare e che quindi lo scalo predetto potesse far parte di un complesso portuale più ampio[12]. Ma i porti silariani sicuramente non hanno ospitato solo navigli mercantili, hanno costituito anche degli ottimi approdi per le navi militari e la presenza di rive protette da una folta vegetazione, garantiva una discreta sicurezza della navigazione. Cosa che ben descrive il geografo arabo Al-Idrisi o Edrisi, vissuto a Palermo al tempo del re normanno Ruggero II, nel suo libro (Kitab Rugiàr) scritto nel 1160 circa “ ..è fiume copioso d‘acqua, nel quale entrano le navi. Le sue sponde sono difese da foreste e paludi, di maniera che offre entro terra sicuro ancoraggio alle navi ed ai legni da guerra.. Nessun assalto di nemici o di razziatori potrebbe venire dalle rive, proprio per queste caratteristiche ambientali..”[13] E’ anche probabile ipotizzare che nel corso dei secoli un simile approdo sia stato difeso da qualche struttura fortificata se non un vero e proprio Castrum.
Il sistema portuale, marino e/o fluviale dell’agro pestano rappresentava quindi uno snodo importante di collegamento tra Lucania, Puglia e la navigazione verso nord o verso sud.

Il Tusciano

Il Tusciano è la più prestigiosa, la più antica e la più autentica testimonianza storica che possa vantare Battipaglia. Dall’età neolitica agli etruschi e al Medio Evo, dal periodo pre-normanno e normanno al sorgere della civiltà rurale, il fiume Tusciano è sempre attivamente presente. Ed il suo nome, ricevuto dagli Etruschi, passò poi a denominare tutta una vasta zona compresa fra Tusciano e Sele, dalle spalle della Castelluccia al mare.
All’apogeo della loro potenza gli Etruschi giunsero fino a Battipaglia animati dall’intento di occupare questa terra per via della grande fertilità e il controllo del Tusciano dovette presentarsi di grande importanza così come importante dovette essere l’organizzazione: si ipotizzano traghetti, attracchi, qualche ponte e tutte le altre iniziative ritenute opportune per fini economici, culturali, di difesa, di traffici.
In epoche successive a quella etrusca il Tusciano diviene il nome di tutta una vasta località che doveva essere compresa tra la destra del Sele e la Verdesca-Picciola. Una località che doveva essere una zona pregna di vitalità: porticcioli, rete viaria funzionale a traffici e commerci, mulini oltre ad un sempre crescente insediamento di persone. Secondo il Telese due dovevano essere i punti nodali: alla Tavernola si incrociavano la via Antiqua (oggi Cilentana, più o meno in località Fosso, non distante da S. Mattia) diretta verso S. Lucia e verso il Cilento; la strada proveniente dall’Aversana e dalla Fasanara che portava a S. Mattia e a Tavernola; la strada che portava a Taverna Maratea donde si poteva proseguire per Eboli o Capaccio o girare nuovamente per S. Lucia. Si spiegano da sé le diverse “taverne” site sul territorio (compresa la Taverna Morese all’ingresso di Battipaglia per chi proviene da Salerno) che dovevano servire da ristoro lungo il tragitto[14].

Chiese “private” e strutture abbaziali: il San Mattia

mod4_blog
Il Castrum S. Mattia in una immagine recente

L’origine della struttura detta San Mattia deriva dal particolare modo di amministrazione del patrimonio del principato longobardo salernitano. Infatti i beni principeschi, a partire dal 1030-1060, venivano affidati a coloni in base a contratti agrari o attraverso l’istituzione di chiese private nel territorio di pertinenza principesca. San Mattia è una di queste chiese, fondata da Guaimaro IV (1027-1052), affidata nel 1053 a Mirandus abbas e presbyter. Mirando a sua volta affida a un diacono (Consilio diaconus… presbyter de locum Tusciano) un fondo di circa 6 ettari destinato alle coltivazioni, principalmente vigne e grano.
Ma la vasta zona che va dal torrente Asa alla riva destra del Sele comprende proprietà anche della Chiesa di Salerno e di altri nobili. La Chiesa salernitana nell’XI secolo possiede infatti vaste tenute che comprendono le zone dette Fasanara, Campolongo, Lago Maggiore, Castelluccia di Battipaglia e altre terre in zona Spineta. In particolare il Lago Maggiore è formato in parte dagli straripamenti del Laneum e della cosiddetta aqua Pedocclosa, ma soprattutto da fenomeni bradisismici del litorale che consentivano la penetrazione delle acque marine. Il Lago quindi, era di proprietà ecclesiastica salernitana che ne sfruttava appieno le risorse consentendo l’approvvigionamento di grosse quantità di sale e di pesce. L’esercizio della pesca in particolare veniva concesso a pescatori che dovevano 1/3 del pescato alla Chiesa. Questo lago costituiva punto di approdo di barche sia da pesca che di trasporto vista la presenza di un attivo mercato lungo le rive del Sele, utilizzato a scopi commerciali sin dall’antichità.
La Chiesa di S.Mattia con le sue pertinenze, verso la fine dell’XI secolo, succedutisi i normanni ai longobardi, viene donata da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, all’Abbazia della SS. Trinità di Cava, precisamente nell’anno 1089.
Nei decenni successivi proprio attorno alla Chiesa di S.Mattia e arrivando fino alla Castelluccia di Battipaglia, inizia ad assumere rilevanza demografica l’insediarsi di primi nuclei stanziali in villaggi più o meno aggregati, lungo le principali direttrici viarie.
Dall’XI secolo al monastero fu demandata la gestione dei traffici portuali sui fiumi Tusciano e Sele e ancora negli anni successivi numerose si succedettero le donazioni, tanto che nel XIV secolo i possedimenti raggiunsero dimensioni notevoli, pertanto dalla Badia madre di Cava, all’Abbazia di San Mattia, fu assegnato un Economo ad hoc per amministrare l’immenso patrimonio.
Solo nel XIII secolo l’equilibrio tra i domini ecclesiastici, salernitano e cavese, fu transitoriamente interrotto da Federico II che affidò sia la Castelluccia che il casale Tusciano al Conte Marcoaldo e ai Cavalieri del Tempio. Ma nel 1251 Corrado restituì alla Chiesa i beni sottratti, comprendendoli in un feudo affidato alla cattedra vescovile di Salerno, situazione protrattasi per tutto il XIV secolo[15].
Dal 1300 in poi le terre del Monastero furono date in fitto, probabilmente la Badia non riusciva ad assicurare solo monaci dediti alle attività agricole, a questi veniva riservata solo l’assistenza spirituale, mentre la forza-lavoro era garantita dagli abitanti locali.
Una parentesi bellica si ebbe nell’anno 1502 quando il castrum di S.Mattia fu coinvolto nella battaglia tra le truppe di Ferdinando il Cattolico e Luigi d’Orleans, fu così distrutto ma poi ricostruito svolgendo quindi solo funzione di “grancia”, con attività quindi preminentemente di azienda agricola, dipendente da un priore rettore della cappella, a cui era demandato il compito di dirigere i lavori agricoli e di procedere ad acquisti e vendite[16].
Da tale epoca e successivamente il complesso abbaziale rientrerà sotto la giurisdizione della Badia cavense fino alle leggi eversive del nuovo Stato italiano del 1866 che comportò l’incameramento di molti beni ecclesiastici.

Note
1 G. Bamonte Le antichità pestane, pag 42-43
2 F. La Greca, Noterelle pestane – I – I porti di Paestum nel medio evo ed una ipotesi sul porto romano, Annali Storici di Principato Citra XII, 1, 2014, pp. 33-59
3 G.Bamonte, cit.
4 La via Popilia proveniente da Capua, passando da Nocera arrivava a Salerno per proseguire verso la Lucania e quindi il Bruzio e Reggio. Un’altra via costiera collegava Salerno a Policastro. Da Salerno poi partiva la via che attraverso Rota arrivava a Benevento e quindi lungo la via Appia la Puglia.
5 F.La Greca, cit.
6 P.Peduto pag. 453 Storia di Salerno, Guida
7 Che va identificato con il Lago Grande
8 F. La Greca, cit, pag.
9 T.Indelli , Arechi II, pag.243
10 G.Bamonte, cit. pag 42
11 La via Popilia seguiva un tracciato più a nord, che da Eboli passava per Serre, Postiglione per poi raggiungere, in corrispondenza del bivio di Scorzo, Sicignano degli Alburni. La via proseguiva dall’attuale frazione di Zuppino di Sicignano degli Alburni, fino a raggiungere Auletta, Petina e poi Polla nel Vallo di Diano. Il Ponte Pestano quindi verosimilmente apparteneva ad un ramo secondario di collegamento diretto alla via Popilia.
12 R. e M. De Filitto, I misteri dell’Aversana, pag. ?
13 La Greca, cit., pag. 37
14 V. Telese, Battipaglia – documenti, testimonianze, personaggi dal 1929 al 1969, pp. 27
15 A. Di Muro “La piana del Tusciano. Insediamenti longobardi” in Battipaglia 70 anni della sua storia, Massa editore, 1999 Napoli
16 E. Iannone R. Rago , “Battipaglia dalla Cappella Franchini al Santuario”, pag.21, Edito a cura dell’Associazione S.Maria della Speranza, Salerno 1995

 

Enzo Castaldi
Ubaldo Baldi

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...